giovedì 24 gennaio 2019

coop

Coop richiama il cuociriso Satrap

Il motivo? C'è il rischio di «elettrocuzione al contatto con il guscio»

 D.M.
BERNA - A causa del rischio di «elettrocuzione al contatto con il guscio» (prendere la scossa) Coop ha deciso di ritirare il cuociriso «Satrap Asia RK1 da 1 litro» in vendita dal 1° settembre 2017.
I clienti che hanno acquistato questo prodotto sono invitati a non utilizzarlo più e a riportarlo in un punto vendita. Il prezzo (circa 50 franchi) sarà rimborsato.
Il richiamo riguarda il «cuociriso Satrap Asia RK1 da 1 litro» con prezzo di vendita di fr. 49.95, numero d’articolo 5.787.706. Il numero d’articolo è riportato sulla targhetta sulla parte inferiore del cuociriso. 
I cuociriso Coop acquistati prima di tale data e che recano sulla targhetta un altro numero d’articolo non sono interessati da richiamo.
L’articolo era in vendita nei supermercati Coop, nei Grandi Magazzini Coop City, nei centri Coop Edile+Hobby e da www.edileehobby.ch. La vendita è già stata sospesa. 

domenica 15 ottobre 2017

MoVimento 5 Stelle


UNA LEGGE ELETTORALE DA APOLOGIA DEL FASCISMO

La vera apologia del fascismo non sono i monumenti costruiti durante il Ventennio, ma comportarsi dentro al Parlamento nella stessa misera maniera delle camicie nere.

A far approvare una legge elettorale facendo apporre la fiducia dal governo, prima di Renzi e Gentiloni, fu infatti Mussolini.

Poche settimane fa Fiano presentava la sua legge contro l’apologia del fascismo e oggi si presenta in Aula come relatore di una legge elettorale che verrà approvata sotto la “minaccia” del governo, proprio come la legge Acerbo che nel 1923 diede inizio all’ascesa del Partito Nazionale Fascista.

Questa è la vera apologia del fascismo.
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lunedì 11 settembre 2017

GENTILONI A CAMPOTOSTO E CAPITIGNANO, ''PIU' PROTEZIONE CIVILE? CAPITO MESSAGGIO''

LA PROTESTA
CASAPOUND, "PRIMA RICOSTRUZIONE, POI IUS SOLI"
"Ricostruzione sociale, ricostruzione economica, detassazione e lo Ius soli è una cosa che può assolutamente aspettare".
Così Claudia Pagliariccio, neo portavoce di CasaPound L'Aquila dopo esserne stata candidata sindaco alle ultime elezioni amministrative, che stamattina a Campotosto, assieme a un drappello di cittadini, ha contestato il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, in visita nei luoghi colpiti dai terremoti.
"Avremmo voluto avvicinare il presidente del Consiglio per chiedergli di focalizzare le sue attenzioni su quella che doveva essere una ricostruzione economica e sociale di tutto il territorio danneggiato dal sisma, quindi su tutto il cratere" ha spiegato la Pagliariccio, che ha ribadito la necessità di "etassazione su tutti i comuni del cratere".
Occorre "spostare l'attenzione dallo Ius soli, che non serve e potrebbe passare in secondo piano, alla necessità di far ripartire economicamente e socialmente questo territorio - ha aggiunto -Ricostruire le case senza dare una possibilità economica ai cittadini che vivono qui è una cosa assolutamente inutile".
Insieme alla Pagliariccio e a un gruppo di cittadini, che hanno provocatoriamente chiesto se Gentiloni si sia reso conto del terremoto solo oggi, anche il responsabile regionale di CasaPound, Simone Laurenzi.

martedì 7 febbraio 2017

Scandalo Eni, 13 mila tonnellate di rifiuti portate a Chieti Scalo

Scandalo Eni, 13 mila tonnellate di rifiuti portate a Chieti Scalo..ABRUZZO. L'inchiesta petrolio in Basilicata interessa sempre di più anche l'Abruzzo.
Trovano conferma le notizie pure conosciute di smaltimenti di rifiuti provenienti dalla Basilicata.
Il Forum H2O ha diffuso ieri la notizia che sarebbero oltre 13.000 le tonnellate di rifiuti degli impianti petroliferi lucani conferiti a Chieti scalo nel 2013 e 2014.
Le carte dell'inchiesta della Procura di Potenza sull'ENI di Viggiano parlano anche dell'Abruzzo.
Oltre alla questione che riguarda il Direttore tecnico dell'Arta Abruzzo Giovanni Damiani, uscita sabato su Il Fatto Quotidiano, si parla in più parti del conferimento di ben 13.482,42 tonnellate di rifiuti liquidi provenienti dalle attività di estrazione (273,3 nel 2013 e 13209,12 nel 2014) che sarebbero state trasportate all'impianto di Chieti scalo della società Depuracque srl in località S. Martino.
L'azienda Depuracque, rivela il Forum dell’Acqua che ha letto le carte, non è indagata in questa inchiesta.
Il cuore dell'indagine riguarda proprio la classificazione di questi rifiuti, che l'ENI dichiarava "non pericolosi" mentre la procura di Potenza, tramite una perizia, li ritiene "pericolosi". Il codice rifiuto da applicare sarebbe stato il 19 02 04 "Miscugli di rifiuti contenenti almeno un rifiuti pericoloso" e 13 05 08 "Miscugli di rifiuti delle camere a sabbia e dei prodotti di separazione acqua/olio".
Insomma una classificazione errata ma di comodo che poteva fruttare risparmi ingenti.
Agli atti ci sono intercettazioni in cui si parla di problemi di cattivi odori provenienti dai rifiuti che avrebbero interessato diversi impianti in cui venivano smaltiti i rifiuti prodotti dalle estrazioni, tra cui quello chietino. Secondo la ricostruzione degli inquirenti la questione dei cattivi odori era diventato un problema per gli indagati tanto che uno di loro avrebbe usato un tono di minaccia per l'impianto chietino in cui si sarebbero verificate problematiche odorigene causate dal rifiuto. In un'intercettazione, infatti, si parla chiaramente della Depuracque e dell'intento di togliergli il subappalto qualora le lamentele fossero continuate e se non avessero accettato 10 carichi al giorno.
La Procura di Potenza ricorda che l'impianto chietino era comunque autorizzato anche per trattare i due codici CER di rifiuti pericolosi che avrebbero dovuto essere assegnati ai rifiuti secondo la procura lucana.
«Ricordiamo», specifica Augusto De Sanctis del Forum dell’Acqua, «che pochi mesi fa proprio i vertici di Depuracque srl, assieme ad esponenti del Consorzio di Bonifica Centro, sono stati al centro di un'altra e diversa inchiesta, questa volta della Procura distrettuale antimafia di L'Aquila, che ha ipotizzato anche il traffico illegale di rifiuti. Sarebbe interessante capire se la grande mole di rifiuti pervenuti dalla Basilicata a Chieti come rifiuti non pericolosi siano poi stati trattati adeguatamente e correttamente (e a costi maggiori per ENI; la Procura di Potenza ha calcolato in diverse decine di milioni di euro il vantaggio per ENI dalla diversa classificazione dei rifiuti) nell'impianto chietino come rifiuti pericolosi dalla ditta che li ha accettati e smaltiti. In ogni caso, al di là delle questioni penali e dell'inchiesta che farà il suo corso, basta vedere i quantitativi di rifiuti in gioco per capire la totale insostenibilità ambientale della deriva petrolifera».
 E proprio l’inchiesta della distrettuale dell’Aquila condotta dalla Forestale sembra incrociarsi pericolosamente con quella potentina arrivando ad indagare intorno alle operazione della Depuracque contemporaneamente ma con punti di vista diversi.
Non è escluso che la procura potentina abbia indicato una strada dei rifiuti e quella aquilana poi proverà a spiegare come questi rifiuti venivano smaltiti.
Lo scorso dicembre la Forestale ha messo a segno una serie di perquisizioni alla ricerca di documenti e prove.
Alla fine sono stati prelevati una trentina di faldoni di documenti e campioni di rifiuti e fanghi, con buona approssimazione in quei faldoni ci sono anche i fanghi dell’Eni della Basilicata.
Al momento nell’inchiesta abruzzese risultano indagati Nicola Levorato, Enzo Orsatti e Gianluca Vaccarella della Depuracque; Roberto Roberti, Tommaso Valerio e Andrea De Luca, del Consorzio di Bonifica Centro; Virginia e Angelo De Cesaris e Antonio D’Angelo, rispettivamente delle società Ecologica Anzuca e Angelo De Cesaris srl, di Francavilla al Mare, e D’Angelo Antonio srl di Castel Frentano.
I reati sono traffico illecito di rifiuti e disastro ambientale. Il sospetto è che molte sostanze e fanghi venissero sversati direttamente nel fiume e se la cosa fosse provata ci ritroveremmo nuovamente di fronte ad un “inquinamento di Stato” dove enti pubblici come il Consorzio non vigilerebbero sulle attività delle ditte da loro incaricate.
La procura nell’avviso di garanzia già consegnato ha scritto: «pur essendo a conoscenza dell’inquinamento che provocano le acque reflue rilasciate dall’impianto di depurazione consortile di San Martino, gli indagati continuano dolosamente a sversare nell’area circostante liquidi inquinanti interessando, oltre le acque superficiali, anche le acque sotterranee e persino l’interramento dei fanghi».
Non c’è pace per quella cartolina sbiadita che fu l’Abruzzo verde di un tempo, sempre più insozzato e avvelenato.

Google sulle tasse da pagare nel Regno Unito....

Qualche giorno fa il governo britannico ha raggiunto un accordo con Google sulle tasse da pagare nel Regno Unito: 130 milioni di arretrati dal 2005 a oggi. Una tassa del 3% hanno attaccato i laburisti mentre alcune ricerche sui profitti di Google indicano che il prezzo giusto da pagare sarebbe di 200 milioni l’anno (e non 130 per dieci). E la commissaria alla concorrenza della Commissione europea, Margharete Vestager, ha annunciato un’inchiesta. Nel frattempo Google ha scritto al Financial Times per difendersi: noi rispettiamo la legge, non evadiamo le tasse.
A loro volta Francia e Italia hanno aperto inchieste formali per verificare se e come il gigante tecnologico abbia evaso o eluso le tasse nei due Paesi. Per l’Italia si tratta di circa 300 milioni – e un possibile gettito sopra i 200. Un’inchiesta simile riguarda Apple. Amazon, Starbucks sono a loro volta nei guai o hanno raggiunto accordi. Non potrebbe essere altrimenti: negli anni i giganti tecnologici hanno usato i buchi della regolamentazione europea e mondiale sulle tasse per pagare il meno possibile agli Stati dove generano profitti piazzando le loro sedi legali in luoghi che hanno una corporate tax, una tassa sui profitti dlele imprese, più bassa che altrove. In Europa questi luoghi sono Irlanda e Lussemburgo. Il mondo è pieno di paradisi fiscali nei caraibi dove proprio non si paga nulla. Le sedi dei giganti tecnologici sono anche la.
In effetti Google, Facebook (che ha chiuso un trimestre di profitti da record) e Apple (che invece porta un segno meno nella vendita di telefoni per la prima volta in 13 anni) non hanno frodato il fisco ma approfittato dell’assenza di regole e accordi non pagando le tasse dove generano profitti, paese per paese, ma dove hanno la loro sede legale. Ora, il sistema internazionale di tassazione è quello emerso dalla Lega delle Nazioni nel 1928 – ci ricorda il Financial Times –  prevede che la maggior parte delle tase vengano pagate dove i prodotti vengono creati, costruiti, pensati. Bene, perché allora Google non paga molto nemmeno negli Stati Uniti? Perché studiando bene si riesce, appunto, a fare in modo di essere una compagnia delle Bermuda. Il sistema lo consente, le imprese lo usano.

La novità, oltre a un qualche dinamismo di governi nazionali senza un soldo che fino a ieri hanno accettato i comportamenti delle multinazionali senza dire una parola, è che i 31 Paesi Ocse hanno firmato un accordo che dovrebbe rendere più complicato evitare di pagare le tasse nel luogo dove si generano profitti. Se Facebook o Google vendono pubblicità in Italia o in Olanda, dovranno dichiarare i loro profitti e pagare le tasse nel luogo in cui vendono e non dove hanno la sede internazionale. I Paesi sono d’accordo nello scambiarsi informazioni relative alle dichiarazioni dei colossi. La pressione per Google&Co era cresciuta nel tempo, per anni le compagnie sono cresciute evitando il problea fisco o quasi. Ora il clima è cambiato e c’è l’attenzione dell’opinione pubblica sul tema. Basteranno l’accordo Ocse e la crescente attenzione dei governi? Possibile, ma certo l’accordo con la Gran Bretagna, mostra anche come le grandi multinazionali siano capaci di ottenere dai governi condizioni vantaggiose comunque. La pressione e l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica su un tema importante in un mondo dove gli Stati faticano a trovare soldi per riparare i buchi nelle strade e finanziare le scuole, rimangono l’antidoto migliore. evitare l’evasione, Facebook, Amazon e le tasse che non pagano. Un accordo Ocse per evitare l’evasione

LE BANCHE....

Della Luna: banche e sangue, stanno per portarci via tutto...I risparmi degli italiani, mobiliari e immobiliari, già stimati in 8.000 miliardi, da tempo attraggono l’interesse di finanzieri e politici, che già ne hanno preso una  discreta parte tra truffe bancarie ed estorsioni tributarie, come ben sanno soprattutto i molti imprenditori che devono chiedere prestiti per pagare le tasse su redditi non realizzati. Mercoledì 20  ho ascoltato per quasi un’ora il giornalista economico di “Radio 24”, il quale si meravigliava del fatto che continuano le vendite massicce di azioni delle banche italiane sebbene i loro circa 300 miliardi di crediti deteriorati siano coperti per oltre il 90% da accantonamenti e garanzie. Oggi i titoli bancari hanno recuperato, ma di ben poco rispetto alle perdite accumulate recentemente. Mps oggi passa da 0,50 a 0,73 (+ 0,43%), ma otto giorni fa era a 1 e otto mesi fa era 9,45! Quest’anima candida di giornalista economico par non sapere ciò che sanno tutti gli operatori (quindi crederà a Draghi che oggi sostiene che le banche italiane siano solide). Non sa, innanzitutto, che i crediti deteriorati sono molti di più di quelli dichiarati in bilancio, perché quasi tutte le banche  hanno molte sofferenze sommerse, cioè che non dichiarano perché non hanno i soldi per fare i relativi accantonamenti. 

Non sa, inoltre, che molti crediti divenuti inesigibili figurano invece a bilancio come a rischio ordinario solo perché il loro ammortamento, cioè la scadenza delle rate, è stato sospeso dalle banche stesse in accordo con i clienti morosi, nel reciproco interesse. Non sa che molti crediti, apparentemente coperti da idonee garanzie, in realtà sono scoperti, perché le garanzie sono state  sopravvalutate ad arte al fine di concedere crediti a compari e a clientele politiche che era inteso che non li avrebbero rimborsati. O che sono beni sopravvalutati per consentire agli amici-venditori di venderli per un prezzo moltiplicato a compratori fasulli. Non sa che le garanzie immobiliari acquisita dalle banche a collaterale dei crediti erogati si sono fortemente svalutate e sono divenute pressoché invendibili, fonte più di spese che di recuperi, a causa della quasi morte del settore immobiliare fortemente voluta con la politica fiscale dal governo Monti, sicché le banche, pur avendo sulla carta la possibilità di recuperare i loro crediti vendendo gli immobili ipotecati a copertura, in realtà incasserebbero troppo tardi perché il realizzo possa aiutare a superare la crisi odierna.
Non sa che il sistema bancario italiano non crolla solo perché continua: a ricevere aiuti (credito gratuito) dalla Bce; ad avere la possibilità di realizzare profitti illeciti, ossia solo perché le varie autorità competenti non gli impediscono di continuare; ad applicare commissioni illegittime, interessi usurari, anatocismo; nonché a collocare titoli-spazzatura o sopravvalutati; e, come già detto, a non dichiarare in bilancio tutte le perdite sui crediti. Tutte queste cose, al contrario, le sa la Banca Centrale Europea, che a giorni manderà i suoi ispettori nelle banche italiane, e si sa già che cosa quindi questi signori troveranno. Ecco il perché delle turbo-vendite massicce anche allo scoperto dei titoli delle banche italiane. Si sa che l’ispezione, se non solo minacciata ma anche rigidamente eseguita (e qui c’è spazio per mediazione politica e il buon senso, ovviamente) potrà portare a un disastro di tutto il sistema bancario e a conseguenze radicali per l’intero paese. Più dell’arrivo della Troika, di nuove tasse di emergenza per finanziare la bad bank, di un bail-in generalizzato, di una legge che ipotechi forzatamente i beni immobili degli italiani a garanzia di qualche prestito di salvataggio da parte del Fmi.
E siccome una qualche situazione esplosiva molto probabilmente si realizzerà prima che sia stato instaurato il nuovo, schiacciante sistema di dominio autocratico del premier, cioè la riforma costituzionale ed elettorale del governo Renzi, è abbastanza possibile che il paese si ribelli. Soprattutto se verrà divulgata la notizia che gli stessi fondi di investimento e altri investitori istituzionali che stanno conducendo la campagna di svendita dei titoli delle banche italiane, sono quelli che partecipano la Banca d’Italia, le agenzie di rating, e la stessa Bce, la quale adesso manda le ispezioni. È molto pericoloso che la gente apprenda chi e come le sta portando via il risparmio e la casa e il posto di lavoro e, al contempo, la libertà.

......AMAZON..........(...?...)

Amazon paga meno tasse di una bancarella di salsicce......Le multinazionali come la catena di caffè Starbucks e il sito di vendita online Amazon in Austria pagano meno tasse di una delle minuscole bancarelle di salsicce del paese: lo ha denunciato il cancelliere di centrosinistra della repubblica in una recente intervista, scrive la “Reuters” in un lancio ripreso da “Voci dall’Estero”. Il cancelliere Christian Kern, leader dei socialdemocratici e del governo di coalizione di centro, ha anche criticato i giganti di internet Google e Facebook, affermando che, se pagassero più tasse, le sovvenzioni per la carta stampata potrebbero essere aumentate. «Ogni caffè viennese, ogni banchetto di salsicce in Austria paga più tasse di una multinazionale», sono due frasi riportate da quanto ha detto Kern in un’intervista al quotidiano “Der Standard”, evocando due importanti simboli della cultura alimentare della capitale austriaca. «Questo vale anche per Starbucks, Amazon e altre aziende», ha aggiunto, elogiando la decisione della Commissione Europea di questa settimana, che ha stabilito che Apple dovrebbe pagare all’Irlanda fino a 13 miliardi di euro (14,5 miliardi di dollari) intasse più gli interessi, perché le condizioni speciali per attirare profitti nel paese sono state dichiarate un aiuto di stato illegale.

Apple ha detto che impugnerà la decisione, che l’amministratore delegato Tim Cook ha definito «una completa schifezza politica». Google, Facebook e altre multinazionali dichiarano di adeguarsi completamente alla normativa fiscale. Kern ha anche criticato gli stati membri dell’Unione Europea con regimi fiscali agevolati che hanno attirato le multinazionali – e sono stati messi sotto esame da Bruxelles. «Quello che stanno facendo Irlanda, Paesi Bassi, Lussemburgo e Malta manca di solidarietà verso il resto dell’economia europea», ha detto. Si è astenuto dal chiedere che Facebook e Google pagassero più tasse, ma ha sottolineato le loro vendite significative in Austria, che ha stimato in oltre 100 milioni di euro ciascuno, e il loro numero di dipendenti relativamente piccolo – una «buona dozzina» per Google e «presumibilmente ancora meno» per Facebook. «Hanno massicciamente risucchiato il volume di pubblicità prodotta dall’economia, ma non pagano né l’imposta sulle società, né sulla pubblicità in Austria», ha detto Kern, che è diventato cancelliere nel mese di maggio.
«Mentre si evidenzia su cosa si è basato il tanto decantato boom irlandese, vengono al pettine i nodi legati ai mitizzati investimenti esteri». In questo quadro, sottolinea “Voci dall’Estero”, «caos e disgregazione sono in ulteriore aumento in Europa». Lo dimostra una volta di più anche questa sentenza che chiede alla Apple di versare all’Irlanda 13 miliardi di euro di tasse arretrate. «Mentre Dublino, un po’ paradossalmente, ha già presentato ricorso contro la decisione dell’Ue, in Austria il premier accusa le multinazionali di pagare tasse in misura irrisoria anche nel suo paese». “Voci dall’Estero” rileva quindi come notevole l’atteggiamento del premier austriaco, che «attacca anche i diversi stati membri che praticano politiche fiscali troppo generose per attirare le grandi aziende, accusandoli di mancare di solidarietà verso il resto dell’Eurozona».

LA PRIVACY.....Rifiuti...?

Rifiuti Tollo: ad Ecolan nuovo affidamento in house contestato

Il caso emerge dopo la denuncia di Fabrizio Di Stefano (Forza Italia)....LANCIANO. Nuove contestazioni su come Ecolan, società per il servizio di igiene urbana, interpreta la norma del cosiddetto affidamento in house. L'ultima chicca riguarda l'affidamento che ha preso, in house, dal Comune di Tollo.

La vicenda l’ha raccontata il deputato Fabrizio Di Stefano (Fi) nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta questa mattina a Lanciano.
Secondo Di Stefano il Comune di Tollo avrebbe scoperto una raffinatezza del sistema giuridico: «a scadenza di contratto con la Con.Sac Srl», ha spiegato il deputato, l’amministrazione comunale non ha bandito la gara ma «si è accorto che il contratto era scaduto ed è ricorso alla somma urgenza affidando provvisoriamente, termine che in Italia non è mai troppo restrittivo, il servizio in house providing a Ecolan.
Ecolan ha accettato il servizio in house providing. L'azione per somma urgenza, praticamente, è stata un via libera per affidare a chi si vuole qualsiasi contratto, in questo caso il contratto per la raccolta dei rifiuti».
Di Stefano chiede adesso ad Ecolan e al Comune di Tollo di spiegare cosa significhi house providing: «Lanciano, Ortona poggiavano questo affidamento sul fatto che almeno erano soci del consorzio Ecolan ma, addirittura, il Comune di Tollo non era nemmeno socio del consorzio. Mi risulta che questi dubbi abbiano colto anche la Con. Sac Srl, societa' che gestiva i rifiuti del Comune di Tollo, che infatti ha fatto ricorso al Tar».
Di Stefano ha annunciato che presenterà un esposto alla Corte dei Conti affinchè si valutino i danni di queste scelta.
«Resto stupito», ha detto ancora il deputato, «da come Ecolan abbia potuto accettare un affidamento in House, quando di House non c'è proprio nulla, e da come hanno pensato di interpretare la gestione in House di un Comune che non fa parte del loro consorzio. Tralasciando il fatto che sul sito del comune di Tollo non c'è traccia di queste delibere e ordinanze, pubblicate solo successivamente, mi viene un ulteriore dubbio; mi rimane semplice fare una sommatoria: ultimamente Ecolan ha preso in gestione Ortona, Tollo; entrambi comuni che vanno al voto in primavera. Non è che albeggia un altro concorso da 350-400 posti che inizierà tra poco, febbraio-marzo, e i cui risultati verranno resi noti dopo le elezioni? Non è che vengono affidati a Ecolan tutti i comuni che vanno a elezioni dopo 6 mesi, vedi Lanciano, con un concorso che parte prima delle elezioni e si chiude solo dopo?»

venerdì 18 marzo 2016

dell’IPUS di Chiasso...

Tre anni di corsi, una retta di quasi 10’000 Euro all’anno e un nobile fine: una laurea in fisioterapia valida in tutta Europa, Svizzera inclusa. E’ l'allettante promessa che ha convinto decine e decine di studenti ad iscriversi all’IPUS di Chiasso, l’Istituto privato universitario svizzero. Un'Università privata, o almeno per questo si è spacciato l’ente di formazione. Per alcuni studenti l’iscrizione si è trasformata in un costoso incubo e l’agognata laurea sembra quasi un miraggio: di fatto, i soldi fin qui sborsati per ora non danno loro il diritto a un titolo universitario riconosciuto, a meno di non andare a finire i corsi niente meno che… a Maribor, amena cittadina nella regione della Stiria, in Slovenia! Eh sì, perché l’IPUS aveva stretto un accordo con l’ateneo Alma Mater di Maribor, che aveva  anche rilasciato alcune lauree agli studenti “chiassesi”, ma da settembre l'Università slovena ha revocato ogni convenzione. Sotto accusa le pratiche leggere dell’istituto di Chiasso: esami senza controlli, professori non abilitati, abuso dei loghi della stessa Università slovena e persino una condanna per essersi fregiata – senza averne diritto – del termine “universitario”. Insomma: un pasticciaccio che avrebbe costretto l’ateneo sloveno a interrompere ogni collaborazione con la scuola chiassese.
L’IPUS  si difende, considerando illegittima la rescissione del contratto da parte dell’Università slovena ed informando che un  nuovo accordo, con un’altra università  riconosciuta a livello europeo, “pare ad oggi imminente”.
Intanto non pochi studenti si sono ritrovati a fare i conti con una situazione confusa: esami da rifare, altre tasse universitarie da pagare (dopo quelle già versate a Chiasso) e addirittura un trasferimento in Slovenia, per finire gli studi e svolgere il necessario tirocinio.
Una vicenda raccontata dai diretti protagonisti, e un’inchiesta che svela i retroscena degli “atenei” che con troppa facilità sorgono e prosperano in Ticino.

Ma per diversi studenti la realtà si è rivelata un’altra.....

domenica 24 gennaio 2016

«Così hanno spolpato la banca Tercas»: chiesto processo per Di Matteo, Nisi, Sarni, Di Stefano

TERAMO. Così sono bravi tutti a fare impresa: milioni di euro sottratti alla banca Tercas falsificando carte, celando fatti, forzando la mano sui requisiti per ricevere un prestito e tutto grazie al direttore amico e complice.
Un fiume di denaro che usciva dall’istituto teramano, ha ricostruito la Procura, per finire attraverso vorticosi passaggi di mano in società di amici e fondi in paradisi fiscali e più di una volta anche su conti bancari dello stesso ex direttore a Singapore o in un fondo misterioso in Lussemburgo.
Alchimie finanziarie che avrebbero permesso un arricchimento illecito ad un manipolo di persone che però non sono serviti a farli passare indenni dalla giustizia.
C’è questo e molto altro dietro la richiesta di processo avanzata ieri dalla Procura di Roma (competente per reati di elusione del controllo bancario) per Antonio Di Matteo e altri 15 persone. Si tratta dell’ex direttore della Tercas che ora dovrà rispondere di reati gravissimi e che di fatto avrebbe creato i presupposti per il dissesto dell’istituto di credito poi acquistato dalla Banca Popolare di Bari.

A processo l'11 febbraio 2015 finiranno dunque Antonio Di Matteo ex direttore, la compagna Cinzia Ciampani, gli imprenditori Raffaele Di Mario, Francescantonio Di Stefano (imprenditore televisivo di 7Gold) di Avezzano, Pancrazio Natali di Campli, l’imprenditore Antonio Sarni di Ascoli Satriano (Fg), Lino Nisii, presidente della Tercas, Pierino Isoldi, Gianpiero Samorì, Gilberto Sacrati, Cosimo De Rosa, Lucio Giulio Capasso di Terracina, Paola Ronzio, Saverio Signori, Vittorio Casale e la stessa Cassa di Risparmio della provincia di Teramo.
Persone offese nel processo sono state indicate la Banca d’Italia, la stessa Tercas ed i curatori fallimentari di Dimacostruzioni spa e Dimatour spa. 
Intanto anche l’Adusbef chiederà la costituzione di parte civile.
IL GRUPPO DI POTERE E IL POTERE ASSOLUTO
Il reato più grave contestato è quello di associazione a delinquere «con la finalità di essersi associati tra loro al fine di commettere delitti di ostacolo alla funzione di vigilanza, di appropriazione indebita, di bancarotta fraudolenta e di riciclaggio anche transnazionale». 
Il reato è contestato a Di Matteo, direttore da giugno 2005 al 30 settembre 2011, che avrebbe avuto una «gestione proprietaria della banca», cioè gestendo il patrimonio bancario come fosse cosa propria ed esercitando «un potere assoluto di decisioni delle pratiche di concessione di finanziamenti». Una montagna di soldi che poi finivano a vecchi amici di quest’ultimo, anche già clienti della Unipol, la banca dalla quale proveniva Di Matteo. 
Un legame non del tutto reciso se è vero che lo stesso Consorte, quando Di Matteo era già in Tercas, gli chiese un fido di 60milioni di euro per tentare la famosa scalata alla Unipol da consegnare al centrosinistra (famosa la frase di Fassino a Consorte: «abbiamo una banca»), una scalata che costò una condanna a 3 anni e 10 mesi a Consorte. 
Il problema è che molte somme ingenti uscivano dall’istituto bancario di Teramo in carenza di presupposti per concedere il fido «al di fuori dai protocolli di garanzia previsti a fronte della disponibilità ad effettuare operazioni di acquisto con patto di rivendita di azioni proprie di Banca Tercas per assicurare a Di Matteo il controllo assoluto della banca, dissimulando l’effettiva consistenza del patrimonio di vigilanza dell’istituto e inducendo così in errore la Banca d’Italia».
Fu grazie a questo errore e alla dissimulazione del reale stato di dissesto della Tercas che la Banca d’Italia poi autorizzò l’acquisto della Banca Caripe, ancor di più depauperando il proprio patrimonio.
La procura di Roma ha stimato in 220 milioni di euro il danno complessivo procurato alla cassa teramana tra la incredibile distrazione di tutti, mondo politico in primis.
Il tutto sarebbe avvenuto con una serie di atti che nel tempo hanno prodotto il supposto dissesto con operazioni finanziarie anche complesse che hanno creato o la bancarotta in talune società o lo spostamento di ingenti capitali in paradisi fiscali tra i quali il punto finale era San Marino.
Secondo la procura Di Matteo sarebbe stato l’ideatore della associazione a delinquere essendo socio occulto dell’imprenditore abruzzese televisivo Francescantonio Di Stefano e per questo avrebbe erogato fidi per milioni di euro. 
Con questi fidi erogati Di Matteo avrebbe poi lucrato, anche grazie a ditte schermo intestate alla convivente Cinzia Ciampani, con la società Immobiliare Tolstoj srl. Come dire che l’amicizia contava ma il tornaconto personale contava molto di più.
Dal canto suo la Ciampani, titolare anche della Nettuno Fiduciaria srl di Bologna e intestataria di conti correnti Tercas, risultava beneficiaria di bonifici di ritorno da molti soggetti finanziati da Di Matteo per poi acquisire quote pari al 22% della banca sanmarinese Smib, interamente acquistata da Raffaele Di Mario.
Attraverso questa banca venivano poi effettuate gran parte delle operazioni che servivano per far perdere le tracce dei soldi.
Nel frattempo Di Stefano che veniva copiosamente finanziato da Tercas attraverso la Fincentro Uno srl acquistava 2.250.000 azioni proprietarie della banca, una parte delle quali poi venivano cedute al fondo lussemburghese Cambria Investments. 
Secondo gli inquirenti, inoltre, Di Stefano avrebbe svolto il ruolo di mero esecutore delle direttive di Di Matteo in ordine alla gestione della decozione del gruppo “Di Stefano” e nel frattempo avrebbe continuato a ricevere fino a 49mln di euro di finanziamenti Tercas.
Figura di spicco della associazione a delinquere, secondo l’accusa, è anche l’imprenditore Raffaele Di Mario, dominus del gruppo Dimafin, anche lui attraverso la Immoservice srl, dopo aver ricevuto fidi bancari della Tercas con procedure d’urgenza, acquistò 2.250.000 azioni della Tercas girandone 500mila al solito fondo Cambria Investment in Lussemburgo mentre 1.150.000 vennero cedute alla Modena Capitale Banking Partecipation spa di Gianpiero Samorì e una parte finì anche a società del gruppo Sarni. 

SAMORI’
Stessa trafila per Samorì che acquista per il tramite delle sue società 2.400.000 azioni della Tercas anche lui abbondantemente finanziato dallo stesso istituto finanziario grazie all’intervento di Di Matteo che infatti lo propone quale cliente affidabile alla Banca popolare di Spoleto dopo la cessazione del rapporto con la banca Tercas.
Crediti oggi incagliati per un ammontare di 11.500.000 euro che difficilmente ritorneranno nelle casse della banca.
In totale del 2008 al 2010 Samorì avrebbe beneficiato di finanziamenti per poco più di 24 milioni di euro girati a favore della Gestione Grandi Hotels Central Park srl al fine di rilevare da Ripresa Srl un complesso immobiliare destinato attività commerciale di Bologna al prezzo di 19 milioni di euro.
Seguirono una serie di operazioni finanziarie anche in paradisi fiscali con base a San Marino che avevano come beneficiari delle società riconducibili alla compagna di Antonio di Matteo.
SARNI
Anche il signore della ristorazione, Antonio Sarni, imprenditore del più noto “gruppo Sarni” secondo la procura era partecipe attivo dell'associazione a delinquere contribuendo anche lui ad acquistare 500.000 azioni della Banca Tercas per il tramite delle società Finsud srl e Maglione srl dopo aver beneficiato di numerosi fidi che venivano concessi in carenza di presupposti.
Nel gruppo di potere poi spicca Gilberto Sacrati, imprenditore nel settore immobiliare, operante in stretto e costante collegamento con Di Matteo con il quale era legato da rapporti di affari e già cliente della Unipol Banca sotto la gestione dello stesso Di Matteo e da lui presentato alla Cassa di risparmio, avrebbe beneficiato indebitamente attraverso società a lui riconducibili di finanziamenti erogati oltre ad un mutuo ipotecario di 15.600.000 poi ridotto a 12 milioni. La trafila si ripete perché poi li flusso finanziario in uscita dalla Tercas finiva alle solite società degli altri indagati e a quelle riconducibili allo stesso Di Matteo.

Il meccanismo era consolidato e secondo la procura le operazioni avevano l’unico scopo di far perdere le tracce del denaro e per questo dovevano transitare su conti correnti di appoggio situati in Svizzera, Lussemburgo, Singapore, Gran Bretagna. A San Marino invece risiedevano i conti correnti finali destinatari delle somme «prove di appropriazione indebita di riciclaggio, di distrazione e bancarotta fraudolenta».

LINO NISI, IL PRESIDENTE
Tra gli indagati che dovranno rispondere del reato di ostacolo all'esercizio delle funzioni delle autorità di vigilanza c'è anche Lino Nisi il quale avrebbe materialmente realizzato una serie di artifici per aggirare tali controlli destinando gli imprenditori Di Stefano, Di Mario, Samorì, Natali, Isoldi, Sarni, acquirenti delle azioni proprie della banca, destinatari di ingenti finanziamenti erogati in carenza di presupposti, di affidabilità e ad oggi tutti debitori della banca. Nisi e gli altri avrebbe rappresentato fatti non rispondenti al vero sulla situazione economica patrimoniale e finanziaria della stessa banca e avrebbe occultato fatti che avrebbe dovuto comunicare invece alla Banca d'Italia.
Tra le mancate comunicazioni anche gli intrecci di interessi con la banca di San Marino Smib ed il relativo acquisto del capitale di quest'ultima, operazione rivolta ad evitare la liquidazione della banca di San Marino realizzato con la vendita di 7,5 milioni di euro delle azioni Tercas possedute da Di Stefano e con la concessione del finanziamento di 2,5 milioni di euro deliberato d'urgenza.
In particolare presidente e direttore si guardarono bene di informare la vigilanza del fatto che gestivano la banca di San Marino attraverso una persona di loro fiducia, Roberto Petropaoli, dipendente Tercas messo in aspettativa per ricoprire la carica di direttore generale della Smib, e Franco Iachini, presidente Smib.
GLI AFFIDAMENTI IMPROPRI
Per quanto riguarda l'appropriazione indebita la procura è riuscita a ricostruire tutti gli affidamenti impropri agli imprenditori amici che avrebbero causato lo stato di default della banca teramano e che risultano erogati fino al marzo del 2013.
Nello specifico al gruppo Di Mario sono andati 25,3 milioni di euro, al gruppo Di Stefano 49,3 milioni di euro, al gruppo Natali 25,4 milioni di euro, al gruppo Isoldi 28,2mln mentre a Samorì la banca ha concesso fidi e prestiti per 11,3 milioni di euro, al gruppo Casale quasi 40 milioni, al gruppo Sacrati quasi 21 milioni e al gruppo De Rosa 30 milioni di euro.
E la banca è pronta per essere svenduta.

sabato 23 gennaio 2016

Amag: fatturato in calo nel 2015

Vendite in calo nel 2015 per Amag: l'importatore di vetture ha realizzato un fatturato di 4,4 miliardi di franchi, 200 milioni in meno dell'anno precedente.

La flessione è dovuta all'abolizione del cambio minimo euro-franco, che ha portato a notevoli riduzioni del prezzo delle automobili, spiega l'azienda in un comunicato odierno.

AMAG ha registrato "risultati solidi", nonostante le condizioni decisamente avverse, si legge nella nota. Oltre al rafforzamento del franco vi è stato lo scandalo delle emissioni che ha colpito Volkswagen, uno dei marchi commercializzati da Amag, insieme ad Audi, Skoda e Seat.

Con 42'212 vetture vendute Volkswagen rimane peraltro la più acquistata in Svizzera, con una quota di mercato del 13%. Il marchio si colloca sul gradino più alto del podio per la 16esima volta consecutiva, registrando al contempo il secondo miglior risultato dall'inizio delle importazioni. Il modello Golf è per la 40esima volta l'auto più venduta in Svizzera.

Riguardo al 2016 il CEO Morten Hannesbo mostra una certa cautela. "Sebbene gli indicatori generali dell'economia svizzera preconizzino un anno impegnativo, grazie al nuovo orientamento del gruppo Volkswagen vi saranno anche nuove opportunità da cogliere. Al contempo siamo chiamati a rafforzare la fiducia dei nostri clienti verso di noi e, dove necessario, a riconquistarla".

Alla fine dell'anno il gruppo AMAG occupava 5360 dipendenti, di cui 714 apprendisti.


lunedì 4 gennaio 2016

Glencore: produzione di rame in calo nel primo trimestre


Glencore: produzione di rame in calo nel primo trimestre

Nel primo trimestre Glencore, il gruppo con sede a Baar (ZG) numero uno al mondo nelle materie prime unitosi due anni fa con Xstrata, ha registrato un calo della produzione di rame del 9% a 350'700 tonnellate.

In cambio per lo zinco vi è stata una progressione annua del 16% a 356'200 tonnellate.

L'estrazione di piombo è scesa del 4% a 75'800 tonnellate, mentre quella di nickel è aumentata del 7% a 23'800 tonnellate. Stando a una nota odierna, la produzione di ferro-cromo è dal canto suo salita del 15% a 385'000 tonnellate. Tra gli altri minerali, in forte calo l'oro (-16%) e l'argento (-8%) mentre vi sono stati incrementi per il rodio (+25%), il palladio (+8%) e il platino (+5%).

Nel comparto energetico la produzione di carbone è cresciuta del 4% a 35,6 milioni di tonnellate, mentre l'estrazione di petrolio è aumentata del 52% a 2,568 milioni di barili. Quanto alle attività agricole, la produzione è scesa del 15% a 1,4 milioni di tonnellate.

Glencore riduce produzione zinco, 1'500 licenziati..

A causa dei bassi prezzi delle materie prime Glencore riduce di 500'000 tonnellate la produzione annua di zinco in Australia, Perù e Kazakistan. Circa 1'500 persone perdono il lavoro.

Le 500'000 tonnellate rappresentano circa un terzo dell'estrazione annua di tale metallo di Glencore, scrive il gruppo in un comunicato odierno. Ciò corrisponde inoltre a circa il 4% della produzione mondiale. Nel quarto trimestre 2015 la diminuzione sarà di 100'000 tonnellate.

L'annuncio ha comportato la maggiore progressione della quotazione dello zinco da quattro anni, ma il prezzo si situa ancora nettamente al di sotto dei livelli di inizio 2015. Proprio il prezzo è il motivo della misura adottata da Glencore: il gruppo vuole preservare il valore delle riserve presenti nelle miniere, spiega la nota, secondo cui il prezzo attuale non corrisponde al valore di queste scarse risorse.

Nella miniera australiana Lady Loretta e quella peruviana Iscaycruz la produzione sarà sospesa completamente, mentre nelle miniere George Fisher e McArthur River in Australia e in diversi siti in Kazakistan verrà ridotta. Interessata dalla misura è anche l'estrazione di piombo, che scenderà di 100'000 tonnellate all'anno.

Trattandosi di una misura temporanea è possibile che il personale interessato venga nuovamente assunto più avanti. Per il futuro Glencore si mostra infatti ottimista quanto all'evoluzione a medio e lungo termine del prezzo dello zinco, del piombo e dell'argento.

Sempre a causa del calo dei prezzi, appena mercoledì il colosso delle materie prime - sotto pressione in Borsa negli ultimi mesi - aveva annunciato la sospensione delle attività nella sua miniera di platino Eland in Sudafrica, con la soppressione di 818 impieghi.

..Glencore: misure per 10 miliardi per diminuire indebitamento...

GLENCORE

Glencore: misure per 10 miliardi per diminuire indebitamento

Alla luce della debolezza del mercato delle materie prime Glencore vara un vasto programma di misure: per diminuire il suo indebitamento il gigante prevede un aumento di capitale, il taglio dei dividendi, una riduzione dei costi e la vendita di comparti aziendali.

Nell'insieme la manovra avrà un valore di 10,2 miliardi di dollari, ha indicato oggi la società di Baar (ZG).

L'aumento del capitale azionario sarà di 2,5 miliardi: il 78% è stato sottoscritto dalle banche americane Citi e Morgan Stanley, mentre il rimanente 22% andrà ai membri della direzione (inclusi direttore generale e direttore delle finanze) e a diversi esponenti del consiglio di amministrazione.

Sono inoltre previsti risparmi per 7,7 miliardi di dollari, che si articolano in primo luogo sulla sospensione del dividendo finale 2015 (1,6 miliardi) e di quello intermedio 2016 (0,8). Altri 1,5 miliardi saranno economizzati riducendo il capitale circolante (working capital), mentre 2,0 miliardi dovrebbero arrivare attraverso la cessione di divisioni o partecipazioni. Si aggiungono poi la riduzione di 500-800 milioni degli impegni a lungo termine e un calo degli investimenti per 0,5-1,0 miliardi.

Sul fronte operativo si sta valutando l'interruzione delle attività in due miniere di rame. Uno stop alla produzione per 18 mesi si tradurrebbe in un calo di 400'000 tonnellate prodotte.

Senza gli utili della BNS diventa difficile"

Christian Vitta sulle perdite da primato della banca centrale che metterebbero a rischio i 28 milioni di dividendo destinato al Cantone

A rischio i 28 milioni di dividendo della BNS preventivati dal Governo ticinese? Secondo le indiscrezioni apparse sulla Schweiz am Sonntag la banca centrale avrebbe registrato una perdita di esercizio "da primato" nel 2015. Si parla di una stima di 30 miliardi di franchi, dovuta principalmente alla forza del franco. Una perdita che potrebbe mettere in discussione il dividendo destinato alle casse cantonali.
Già nel 2013 la perdita di circa 9 miliardi da parte della BNS aveva vanificato i 28 milioni inseriti nell'Esecutivo cantonale e avallati da Legislativo nel Preventivo 2014. Situazione poi cambiata l'anno successivo quando, grazie all'utile record di oltre 38 miliardi di franchi della BNS, il Ticino aveva ricevuto ben 56 milioni.
E ora, che scenario si prospetta data la perdita da primato? Il direttore delle Finanze ticinese Christian Vitta conta di poter contare sulle riserve, sottolineando che non erano possibili altre grandi vie di mezzo per ricontabilizzare i 28 milioni di franchi per il 2016. "Il dato messo a preventivo è stato fissato sulla base di quanto fatto dalla Confederazione e da un buon numero di Cantoni" ha spiegato al Corriere del Ticino. "Oltretutto a determinare la partecipazione agli utili vi sono anche le riserve accumulate dalla BNS che a fine 2014 ammontavano a oltre 28 miliardi. Il meccanismo è dunque un po' complesso, anche se è chiaro che con una perdita del genere incassare il relativo dividendo risulta molto più difficile".
Le stime sulle perdite della BNS non sono ancora ufficiali e Vitta non è ancora in grado di confermare il dato emerso sulla stampa domenicale. Si dovrà dunque attendere le prossime settimane per saperne qualcosa di più. Tuttavia è chiaro, ha aggiunto Vitta, che senza i 28 milioni della BNS "il disavanzo del Cantone diventerebbe maggiore e lo sforzo di risanamento di conseguenza più importante e accelerato". 

Piazza Affari: pessima l'accoglienza riservata al 2016

Pessimo avvio di settimana per le Borse europee che hanno salutato il nuovo anno con un'ondata di vendite, sulla scia del pesante ribasso accusato dai listini azionari asiatici. A fine giornata il Ftse100 e il Cac40 sono scesi rispettivamente del 2,38% e del 2,47%, mentre il Dax30 ha lasciato sul parterre il 4,28%.
Il focus ritorna sull'area dei 20.500 di Ftse Mib
Molto negativo anche il bilancio di Piazza Affari dove il Ftse Mib ha terminato gli scambi a 20.733 punti, con una flessione del 3,2%, dopo aver segnato nell'intraday un massimo a 21.194 e un minimo a 20.701 punti.
L'indice delle blue chips ha avviato gli scambi già in calo e dopo aver violato al ribasso la soglia dei 21.000 punti, a messo sotto pressione il sostegno di area 20.800/20.700.
Il quadro tecnico ha subito un nuovo deterioramento e per quanto queste prime sedute del nuovo anno siano ancora poco significative in attesa di un pieno ritorno all'operativa, non si può ignorare il segnale negativo inviato nelle ultime due giornate dal mercato.
L'abbandono di area 21.000 da parte del Ftse Mib costringe a spostare nuovamente l'attenzione sul supporto dei 20.500 punti, rotto il quale l'indice scivolerà con buona probabilità verso area 20.000, in corrispondenza della quale è atteso un ritorno degli acquisti.
Non è da escludere che già nelle prossime ore il mercato possa tentare di dare vita ad un recupero che, su tenuta di area 20.500, troverà un primo ostacolo in area 21.000 e una resistenza successiva a 21.200 punti. Oltre questo livello il Ftse Mib potrà mettere nel mirino la soglia dei 21.500 punti, riconquistata la quale si avrà un primo allentamento delle pressione in vendita con successivo allungo verso area 22.000.
Il consiglio al momento è di rimanere a bordocampo, in attesa di capire meglio quale sarà la direzionalità che il Ftse Mib imboccherà nelle giornate a venire.
I market movers in America e in Europa
Per domani sul fronte macro Usa non si segnalano aggiornamenti macro di rilievo fatta eccezione per l'indice settimanale Redbook relativo alle vendite al dettaglio nelle maggiori catene degli Stati Uniti.
In Europa domani sarà diffuso il dato preliminare dell'inflazione di dicembre che dovrebbe attestarsi sulla parità, rispetto al calo dello 0,1% precedente, mentre il dato core è visto in negativo dello 0,2%, in linea con la rilevazione di novembre.
In Germania si conoscerà il tasso di disoccupazione di dicembre che dovrebbe attestarsi al 6,3%, in linea con la lettura precedente, mentre le vendite al dettaglio a dicembre dovrebbero mostrare una variazione positiva dello 0,5%, rispetto al calo dello 0,4% precedente.
Sotto i riflettori Fca
A Piazza Affari da seguire Fca dopo che a dicembre in Italia le immatricolazioni sono aumentate del 18,65%, ma il gruppo guidato da Marchionne è riuscito a fare ancora meglio, registrando vendite in rialzo del 27,1%. La quota di mercato è stata pari al 29,51%, inclusiva dei risultati di Maserati, in crescita rispetto al 27,6% dello stesso periodo del 2014.

Banche, Abi: no controllo istituti, no informazioni da authority

Roma, 4 gen. (askanews) - L'Abi non ha "alcuna funzione di indirizzo o controllo" sulle banche italiane e "non riceve alcuna informazione" dalle authority di vigilanza. Lo sottolinea il direttore generale dell'Abi, Giovanni Sabatini, in risposta alle accuse del 'Comitato vittime del salva-banche'.
L'associazione bancaria, afferma Sabatini, "non svolge alcuna funzione di indirizzo o controllo sull'operato dei propri associati, che agiscono in completa autonomia e in concorrenza fra loro, non riceve alcuna informazione in merito dalle Autorità preposte alla vigilanza nè dai medesimi associati sulle loro attività, in analogia a quanto succede per le altre associazioni di categoria non finanziarie".
L'Abi, aggiunge il dg, "è un'associazione privata di banche e società che svolgono attività finanziaria, che ha per statuto il compito di rappresentare e tutelare i legittimi interessi degli associati in un'ottica concorrenziale coerente con le normative nazionali, dell'Unione europea e internazionali".

Wall Street: ancora well-off, per DJ peggiore avvio anno da 1932..

New York, 4 gennaio. (askanews) - A metà seduta gli indici a Wall Street restano sotto pressione sulla scia del well-off che ha colpito i listini cinesi. Il Dow Jones rischia di archiviare la peggiore seduta di inizio anno dal 1932, quando perse l'8,1%. L'indice delle 30 blue chip è appeso alla soglia psicologica dei 17.000 punti, rotta al ribasso nel durante per la prima volta dallo scorso ottobre. L'S&P 500 invece potrebbe registrare il peggiore inizio anno dal 2001: è sceso sotto quota 2.000, prima volta a livello intraday da metà dicembre.
Le forti vendite dopo un 2015 che per Dow Jones e S&P 500 si è chiuso i ribasso per la prima volta, rispettivamente, dal 2008 e dal 2011 sono dovute al tonfo subito dallo Shanghai Composite (-6,86%, peggiore seduta dal 25 agosto scorso) e dallo Shenzhen Composite (-8,2%, peggiore seduta da inizio 2007). (Segue)..

lunedì 28 dicembre 2015

BANCHE, nel panico anche le elitè. E per Berlino l’Italia deve affidarsi alla Troika

LOBBY =,Lettera a Lars Feld, consigliere della cancelliera tedesca, Angela Merkel: "Forse dovremmo fare come la Germania e nazionalizzare il credito, ma il problema è che in Europa la legge è più uguale per il più forte".......Caro Lars, ho letto con interesse ma senza sorpresa la tua affermazione sul Corriere della Sera di sabato secondo cui nel 2016 l’Italia dovrà affidarsi alla Troika. Conosco le tue posizioni da quando ti invitai al convegno sull’Eurozona organizzato l’aprile scorso dal think tank a/simmetrie: i paesi del Sud sono in una crisi di debito pubblico causata dalla loro scarsa competitività, cioè dal fatto di avere salari privati troppo alti (ma che c’entra il debito pubblico coi salari privati?); dato che il deficit è brutto, il surplus è bello, quindi la Germania non deve cooperare e chi è in crisi deve fare i compiti a casa (ma se nessuno fosse in deficit, come farebbe la Germania a essere in surplus?). Con questi presupposti, è ovvio che tu ti opponga allo schema europeo di assicurazione dei depositi (Edis, European Deposit Insurance Scheme), offrendoci, in alternativa, il ricorso alla Troika.
La strada giusta verso l’unione, per l’élite tedesca cui appartieni, non è attenuare i rischi creando istituzioni che li mutualizzino, ma alzare l’asticella a chi è in difficoltà. Un darwinismo che non porta da nessuna parte, come l’agonia della Grecia dimostra. Oggi perfino il Cepr, vestale dell’ortodossia, scopre quanto avevamo scritto nel Tramonto dell’euro: il debito pubblico, con la crisi, c’entra poco. Peter Bofinger, membro del Cepr e tuo collega nel collegio degli esperti della Merkel, ha detto il 30 novembre un’altra cosa che sapevamo (perché l’Ilo, agenzia dell’Onu, l’aveva detta nel 2012): il successo tedesco non è dovuto alle virtù della finanza pubblica, ma alla “moderazione salariale”. Pagando relativamente di meno lavoratori relativamente più produttivi la Germania ha trionfato sui mercati esteri. Così facendo, però, ha costretto gli acquirenti esteri a indebitarsi per acquistare beni tedeschi. Le banche del Nord, per sostenere l’industria nazionale – cioè i profitti nazionali (visto che i salari erano “moderati”) – hanno finanziato con grande disinvoltura gli acquirenti esteri di beni nazionali. Finanziare i consumi, però, non è sempre una buona idea: alla fine, il governo tedesco ha dovuto spendere più di 250 miliardi di aiuti di Stato per salvare le sue banche. A noi, invece, è stato vietato di spenderne quattro e c’è scappato il morto: primo dato non scontato di questa triste storia.
Quando Renzi, insediandosi alla presidenza del semestre europeo, ha giustamente osservato che la Germania era stata la prima a sforare il parametro del 3% nel 2003, non credo sapesse il vero motivo di questa violazione: finanziare con oltre 90 miliardi di soldi pubblici l’abbattimento del costo del lavoro (tramite riduzione del cuneo fiscale e misure di sostegno ai redditi troppo “moderati” dalleriforme Hartz). Un primo aiuto di Stato, distorsivo della concorrenza, seguito durante la crisi da un secondo, gigantesco: i 250 miliardi di cui parlavo. Tu dici: “Allora erano necessari per evitare il contagio, ma oggi lo Stato italiano non deve intervenire, perché forse non ci sarà panico”. Scusa, Lars! Cosa vuoi che provochi, se non panico, il rifiuto di procedere verso l’Edis, unito a quello di farci aiutare da soli le nostre banche? La sfiducia verso lebanche si sta diffondendo a macchia d’olio, e non è escluso si arrivi a una corsa agli sportelli. Ma soprattutto, caro Lars, menzionando la Troika hai scatenato un panico più pericoloso per voi: quello delle nostre élite. Finché il “ce lo chiede l’Europa” serviva a tagliare i nostri stipendi e le nostre pensioni, ai nostri piani alti erano d’accordo. Ma tu ci sei andato giù duro, e gli hai fatto capire che da oggi il “ce lo chiede l’Europa” serve a espropriarli delle loro banche e del loro potere, via commissariamento della Troika. E questo ai nostri leader piace molto di meno!
Improvvisamente Renzi vuole “uscire dalla cultura della subalternità”, Patuelli invoca parità di trattamento per il sistema bancario italiano, Bankitalia si lamenta, per bocca di Barbagallo, dei vostri “nein”. Chissà se Renzi accetterà di essere “berlusconizzato” a colpi di spread? E se lo fosse, siamo sicuri che l’elettorato benpensante, la nostra “sinistra lompo”, non comincerà a porsi domande sul progetto europeo? Qualche curiosità gliela fai venire tu, quando dici che sì, voi avete appena salvato laNordbank per 3 miliardi, ma che c’entra: lì l’azionista non potevi colpirlo col bail-in, perché è pubblico! Ah sì!? Quindi mentre al Sud privatizziamo per “fare le riforme”, nel paese moralizzatore par excellence il 45% del sistema bancario è in mano pubblica, incluse Landesbanken e Sparkassen, piene di crediti deteriorati che però sfuggono alla vigilanza europea, costruita su misura per ignorare 1697 piccole banche tedesche, che al bisogno vengono salvate con soldi pubblici “perché l’azionista è pubblico”. Ma allora, forse, un’alternativa alla Troika c’è: fare come la Germania, nazionalizzare le banche. Se lo fate voi che siete bravi! Il problema è che in Europa la legge è uguale per tutti, ma più uguale per il più forte. Ti ringrazio di averlo ricordato al mio governo, che spero ne tragga le debite conclusioni. Lo avrai, caro Lars, il bail-in che pretendi da noi italiani, ma con che moneta si salderà a deciderlo tocca a noi.

Le nuove banche ai risparmiatori: «Non daremo risarcimenti»Le nuove banche ai risparmiatori: «Non daremo risarcimenti»


Altolà dei consigli degli istituti risanati. Il Tesoro non esclude l’aumento delle risorse del Fondo di solidarietà Il nodo delle richieste ai liquidatori. Un decreto dovrà definire i criteri per i rimborsi che saranno valutati caso per caso.............Il diritto al risarcimento del danno è salvo. Il guaio è non c’è più nessuno, a parte il Fondo di solidarietà, ed entro limiti molto stretti, che potrebbe risarcire gli investitori eventualmente truffati da Banca Marche, Banca Etruria, Cariferrara e Carichieti nel collocamento delle obbligazioni subordinate. Le loro azioni di responsabilità potranno essere indirizzate, infatti, solo alle vecchie banche che oggi sono state messe in liquidazione coatta, e che non hanno più un euro in cassa. 
I consigli di amministrazione delle nuove banche nate dalle ceneri dei quattro istituti hanno fatto sapere, con una nota diffusa la vigilia di Natale che in base alle norme europee ed italiane loro «non possono essere oggetto di azioni da parte dei vecchi azionisti e obbligazionisti subordinati». Le nuove banche «buone», conferma il ministero dell’Economia, sono nate il 22 novembre con il decreto che ha messo in risoluzione i vecchi istituti, e non hanno pendenze con il passato. Né ha qualcosa da farsi perdonare la nuova banca «cattiva», nata lo stesso giorno, alla quale sono stati trasferiti i crediti in sofferenza. Tutto dunque è destinato a scaricarsi sui vecchi istituti in liquidazione, dove però non c’è più nulla da vendere e con il quale eventualmente risarcire.
IL PROBLEMA non è solo teorico. Anche per questo al ministero dell’Economia non si esclude, se domani ci fosse la necessità, di aumentare le risorse del Fondo di solidarietà, oggi limitate a 100 milioni di euro, a fronte di 800 milioni di euro di obbligazioni subordinate emesse dalle quattro banche. Nelle intenzioni del governo il Fondo dovrebbe intervenire per ristorare solo i piccoli investitori danneggiati dall’azzeramento delle obbligazioni, anche ricorrendo agli arbitrati caso per caso. Secondo il Tesoro sarebbero non più di 2 mila (su 11 mila obbligazionisti totali), con un capitale di 90 milioni. I criteri per l’accesso al Fondo, riservato alle persone fisiche e agli imprenditori individuali, devono essere stabiliti da un decreto dell’Economia e della Giustizia, ma saranno comunque molto selettivi. L’intervento sarà valutato da un collegio arbitrale e il suo contributo sarà parziale, entro «un ammontare massimo» delle perdite. «Resta salvo il diritto al risarcimento» degli investitori, c’è scritto nella legge, ma non essendoci più nessun altro in grado di pagare, tutto rischia di finire lì, con il Fondo di solidarietà. Rivolgersi a un tribunale, per una società, o una persona esclusa dal Fondo, rischia seriamente di rivelarsi cosa inutile. 
La «risoluzione» delle quattro banche, con l’inedito venir meno dei vecchi soggetti giuridici, sta già creando un po’ di confusione legale. In questi giorni, ad esempio, sono state notificate le interruzioni di alcune cause che vedevano coinvolta la vecchia Banca Marche, i suoi azionisti e gli amministratori. Il vecchio istituto non c’è più. Nelle cause passive verrà sostituito dalla liquidazione coatta, che non ha soldi. Ma non è chiaro se qualcuno, e chi, sostituirà le vecchie banche nelle cause attive, quelle in cui sono loro a chiedere i danni, ad esempio agli ex amministratori (Banca Marche ha chiesto 280 milioni, Cariferrara 300). Soldi che di regola dovrebbero essere rimborsati ad azionisti e obbligazionisti.