martedì 7 febbraio 2017

Scandalo Eni, 13 mila tonnellate di rifiuti portate a Chieti Scalo

Scandalo Eni, 13 mila tonnellate di rifiuti portate a Chieti Scalo..ABRUZZO. L'inchiesta petrolio in Basilicata interessa sempre di più anche l'Abruzzo.
Trovano conferma le notizie pure conosciute di smaltimenti di rifiuti provenienti dalla Basilicata.
Il Forum H2O ha diffuso ieri la notizia che sarebbero oltre 13.000 le tonnellate di rifiuti degli impianti petroliferi lucani conferiti a Chieti scalo nel 2013 e 2014.
Le carte dell'inchiesta della Procura di Potenza sull'ENI di Viggiano parlano anche dell'Abruzzo.
Oltre alla questione che riguarda il Direttore tecnico dell'Arta Abruzzo Giovanni Damiani, uscita sabato su Il Fatto Quotidiano, si parla in più parti del conferimento di ben 13.482,42 tonnellate di rifiuti liquidi provenienti dalle attività di estrazione (273,3 nel 2013 e 13209,12 nel 2014) che sarebbero state trasportate all'impianto di Chieti scalo della società Depuracque srl in località S. Martino.
L'azienda Depuracque, rivela il Forum dell’Acqua che ha letto le carte, non è indagata in questa inchiesta.
Il cuore dell'indagine riguarda proprio la classificazione di questi rifiuti, che l'ENI dichiarava "non pericolosi" mentre la procura di Potenza, tramite una perizia, li ritiene "pericolosi". Il codice rifiuto da applicare sarebbe stato il 19 02 04 "Miscugli di rifiuti contenenti almeno un rifiuti pericoloso" e 13 05 08 "Miscugli di rifiuti delle camere a sabbia e dei prodotti di separazione acqua/olio".
Insomma una classificazione errata ma di comodo che poteva fruttare risparmi ingenti.
Agli atti ci sono intercettazioni in cui si parla di problemi di cattivi odori provenienti dai rifiuti che avrebbero interessato diversi impianti in cui venivano smaltiti i rifiuti prodotti dalle estrazioni, tra cui quello chietino. Secondo la ricostruzione degli inquirenti la questione dei cattivi odori era diventato un problema per gli indagati tanto che uno di loro avrebbe usato un tono di minaccia per l'impianto chietino in cui si sarebbero verificate problematiche odorigene causate dal rifiuto. In un'intercettazione, infatti, si parla chiaramente della Depuracque e dell'intento di togliergli il subappalto qualora le lamentele fossero continuate e se non avessero accettato 10 carichi al giorno.
La Procura di Potenza ricorda che l'impianto chietino era comunque autorizzato anche per trattare i due codici CER di rifiuti pericolosi che avrebbero dovuto essere assegnati ai rifiuti secondo la procura lucana.
«Ricordiamo», specifica Augusto De Sanctis del Forum dell’Acqua, «che pochi mesi fa proprio i vertici di Depuracque srl, assieme ad esponenti del Consorzio di Bonifica Centro, sono stati al centro di un'altra e diversa inchiesta, questa volta della Procura distrettuale antimafia di L'Aquila, che ha ipotizzato anche il traffico illegale di rifiuti. Sarebbe interessante capire se la grande mole di rifiuti pervenuti dalla Basilicata a Chieti come rifiuti non pericolosi siano poi stati trattati adeguatamente e correttamente (e a costi maggiori per ENI; la Procura di Potenza ha calcolato in diverse decine di milioni di euro il vantaggio per ENI dalla diversa classificazione dei rifiuti) nell'impianto chietino come rifiuti pericolosi dalla ditta che li ha accettati e smaltiti. In ogni caso, al di là delle questioni penali e dell'inchiesta che farà il suo corso, basta vedere i quantitativi di rifiuti in gioco per capire la totale insostenibilità ambientale della deriva petrolifera».
 E proprio l’inchiesta della distrettuale dell’Aquila condotta dalla Forestale sembra incrociarsi pericolosamente con quella potentina arrivando ad indagare intorno alle operazione della Depuracque contemporaneamente ma con punti di vista diversi.
Non è escluso che la procura potentina abbia indicato una strada dei rifiuti e quella aquilana poi proverà a spiegare come questi rifiuti venivano smaltiti.
Lo scorso dicembre la Forestale ha messo a segno una serie di perquisizioni alla ricerca di documenti e prove.
Alla fine sono stati prelevati una trentina di faldoni di documenti e campioni di rifiuti e fanghi, con buona approssimazione in quei faldoni ci sono anche i fanghi dell’Eni della Basilicata.
Al momento nell’inchiesta abruzzese risultano indagati Nicola Levorato, Enzo Orsatti e Gianluca Vaccarella della Depuracque; Roberto Roberti, Tommaso Valerio e Andrea De Luca, del Consorzio di Bonifica Centro; Virginia e Angelo De Cesaris e Antonio D’Angelo, rispettivamente delle società Ecologica Anzuca e Angelo De Cesaris srl, di Francavilla al Mare, e D’Angelo Antonio srl di Castel Frentano.
I reati sono traffico illecito di rifiuti e disastro ambientale. Il sospetto è che molte sostanze e fanghi venissero sversati direttamente nel fiume e se la cosa fosse provata ci ritroveremmo nuovamente di fronte ad un “inquinamento di Stato” dove enti pubblici come il Consorzio non vigilerebbero sulle attività delle ditte da loro incaricate.
La procura nell’avviso di garanzia già consegnato ha scritto: «pur essendo a conoscenza dell’inquinamento che provocano le acque reflue rilasciate dall’impianto di depurazione consortile di San Martino, gli indagati continuano dolosamente a sversare nell’area circostante liquidi inquinanti interessando, oltre le acque superficiali, anche le acque sotterranee e persino l’interramento dei fanghi».
Non c’è pace per quella cartolina sbiadita che fu l’Abruzzo verde di un tempo, sempre più insozzato e avvelenato.

Google sulle tasse da pagare nel Regno Unito....

Qualche giorno fa il governo britannico ha raggiunto un accordo con Google sulle tasse da pagare nel Regno Unito: 130 milioni di arretrati dal 2005 a oggi. Una tassa del 3% hanno attaccato i laburisti mentre alcune ricerche sui profitti di Google indicano che il prezzo giusto da pagare sarebbe di 200 milioni l’anno (e non 130 per dieci). E la commissaria alla concorrenza della Commissione europea, Margharete Vestager, ha annunciato un’inchiesta. Nel frattempo Google ha scritto al Financial Times per difendersi: noi rispettiamo la legge, non evadiamo le tasse.
A loro volta Francia e Italia hanno aperto inchieste formali per verificare se e come il gigante tecnologico abbia evaso o eluso le tasse nei due Paesi. Per l’Italia si tratta di circa 300 milioni – e un possibile gettito sopra i 200. Un’inchiesta simile riguarda Apple. Amazon, Starbucks sono a loro volta nei guai o hanno raggiunto accordi. Non potrebbe essere altrimenti: negli anni i giganti tecnologici hanno usato i buchi della regolamentazione europea e mondiale sulle tasse per pagare il meno possibile agli Stati dove generano profitti piazzando le loro sedi legali in luoghi che hanno una corporate tax, una tassa sui profitti dlele imprese, più bassa che altrove. In Europa questi luoghi sono Irlanda e Lussemburgo. Il mondo è pieno di paradisi fiscali nei caraibi dove proprio non si paga nulla. Le sedi dei giganti tecnologici sono anche la.
In effetti Google, Facebook (che ha chiuso un trimestre di profitti da record) e Apple (che invece porta un segno meno nella vendita di telefoni per la prima volta in 13 anni) non hanno frodato il fisco ma approfittato dell’assenza di regole e accordi non pagando le tasse dove generano profitti, paese per paese, ma dove hanno la loro sede legale. Ora, il sistema internazionale di tassazione è quello emerso dalla Lega delle Nazioni nel 1928 – ci ricorda il Financial Times –  prevede che la maggior parte delle tase vengano pagate dove i prodotti vengono creati, costruiti, pensati. Bene, perché allora Google non paga molto nemmeno negli Stati Uniti? Perché studiando bene si riesce, appunto, a fare in modo di essere una compagnia delle Bermuda. Il sistema lo consente, le imprese lo usano.

La novità, oltre a un qualche dinamismo di governi nazionali senza un soldo che fino a ieri hanno accettato i comportamenti delle multinazionali senza dire una parola, è che i 31 Paesi Ocse hanno firmato un accordo che dovrebbe rendere più complicato evitare di pagare le tasse nel luogo dove si generano profitti. Se Facebook o Google vendono pubblicità in Italia o in Olanda, dovranno dichiarare i loro profitti e pagare le tasse nel luogo in cui vendono e non dove hanno la sede internazionale. I Paesi sono d’accordo nello scambiarsi informazioni relative alle dichiarazioni dei colossi. La pressione per Google&Co era cresciuta nel tempo, per anni le compagnie sono cresciute evitando il problea fisco o quasi. Ora il clima è cambiato e c’è l’attenzione dell’opinione pubblica sul tema. Basteranno l’accordo Ocse e la crescente attenzione dei governi? Possibile, ma certo l’accordo con la Gran Bretagna, mostra anche come le grandi multinazionali siano capaci di ottenere dai governi condizioni vantaggiose comunque. La pressione e l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica su un tema importante in un mondo dove gli Stati faticano a trovare soldi per riparare i buchi nelle strade e finanziare le scuole, rimangono l’antidoto migliore. evitare l’evasione, Facebook, Amazon e le tasse che non pagano. Un accordo Ocse per evitare l’evasione

LE BANCHE....

Della Luna: banche e sangue, stanno per portarci via tutto...I risparmi degli italiani, mobiliari e immobiliari, già stimati in 8.000 miliardi, da tempo attraggono l’interesse di finanzieri e politici, che già ne hanno preso una  discreta parte tra truffe bancarie ed estorsioni tributarie, come ben sanno soprattutto i molti imprenditori che devono chiedere prestiti per pagare le tasse su redditi non realizzati. Mercoledì 20  ho ascoltato per quasi un’ora il giornalista economico di “Radio 24”, il quale si meravigliava del fatto che continuano le vendite massicce di azioni delle banche italiane sebbene i loro circa 300 miliardi di crediti deteriorati siano coperti per oltre il 90% da accantonamenti e garanzie. Oggi i titoli bancari hanno recuperato, ma di ben poco rispetto alle perdite accumulate recentemente. Mps oggi passa da 0,50 a 0,73 (+ 0,43%), ma otto giorni fa era a 1 e otto mesi fa era 9,45! Quest’anima candida di giornalista economico par non sapere ciò che sanno tutti gli operatori (quindi crederà a Draghi che oggi sostiene che le banche italiane siano solide). Non sa, innanzitutto, che i crediti deteriorati sono molti di più di quelli dichiarati in bilancio, perché quasi tutte le banche  hanno molte sofferenze sommerse, cioè che non dichiarano perché non hanno i soldi per fare i relativi accantonamenti. 

Non sa, inoltre, che molti crediti divenuti inesigibili figurano invece a bilancio come a rischio ordinario solo perché il loro ammortamento, cioè la scadenza delle rate, è stato sospeso dalle banche stesse in accordo con i clienti morosi, nel reciproco interesse. Non sa che molti crediti, apparentemente coperti da idonee garanzie, in realtà sono scoperti, perché le garanzie sono state  sopravvalutate ad arte al fine di concedere crediti a compari e a clientele politiche che era inteso che non li avrebbero rimborsati. O che sono beni sopravvalutati per consentire agli amici-venditori di venderli per un prezzo moltiplicato a compratori fasulli. Non sa che le garanzie immobiliari acquisita dalle banche a collaterale dei crediti erogati si sono fortemente svalutate e sono divenute pressoché invendibili, fonte più di spese che di recuperi, a causa della quasi morte del settore immobiliare fortemente voluta con la politica fiscale dal governo Monti, sicché le banche, pur avendo sulla carta la possibilità di recuperare i loro crediti vendendo gli immobili ipotecati a copertura, in realtà incasserebbero troppo tardi perché il realizzo possa aiutare a superare la crisi odierna.
Non sa che il sistema bancario italiano non crolla solo perché continua: a ricevere aiuti (credito gratuito) dalla Bce; ad avere la possibilità di realizzare profitti illeciti, ossia solo perché le varie autorità competenti non gli impediscono di continuare; ad applicare commissioni illegittime, interessi usurari, anatocismo; nonché a collocare titoli-spazzatura o sopravvalutati; e, come già detto, a non dichiarare in bilancio tutte le perdite sui crediti. Tutte queste cose, al contrario, le sa la Banca Centrale Europea, che a giorni manderà i suoi ispettori nelle banche italiane, e si sa già che cosa quindi questi signori troveranno. Ecco il perché delle turbo-vendite massicce anche allo scoperto dei titoli delle banche italiane. Si sa che l’ispezione, se non solo minacciata ma anche rigidamente eseguita (e qui c’è spazio per mediazione politica e il buon senso, ovviamente) potrà portare a un disastro di tutto il sistema bancario e a conseguenze radicali per l’intero paese. Più dell’arrivo della Troika, di nuove tasse di emergenza per finanziare la bad bank, di un bail-in generalizzato, di una legge che ipotechi forzatamente i beni immobili degli italiani a garanzia di qualche prestito di salvataggio da parte del Fmi.
E siccome una qualche situazione esplosiva molto probabilmente si realizzerà prima che sia stato instaurato il nuovo, schiacciante sistema di dominio autocratico del premier, cioè la riforma costituzionale ed elettorale del governo Renzi, è abbastanza possibile che il paese si ribelli. Soprattutto se verrà divulgata la notizia che gli stessi fondi di investimento e altri investitori istituzionali che stanno conducendo la campagna di svendita dei titoli delle banche italiane, sono quelli che partecipano la Banca d’Italia, le agenzie di rating, e la stessa Bce, la quale adesso manda le ispezioni. È molto pericoloso che la gente apprenda chi e come le sta portando via il risparmio e la casa e il posto di lavoro e, al contempo, la libertà.

......AMAZON..........(...?...)

Amazon paga meno tasse di una bancarella di salsicce......Le multinazionali come la catena di caffè Starbucks e il sito di vendita online Amazon in Austria pagano meno tasse di una delle minuscole bancarelle di salsicce del paese: lo ha denunciato il cancelliere di centrosinistra della repubblica in una recente intervista, scrive la “Reuters” in un lancio ripreso da “Voci dall’Estero”. Il cancelliere Christian Kern, leader dei socialdemocratici e del governo di coalizione di centro, ha anche criticato i giganti di internet Google e Facebook, affermando che, se pagassero più tasse, le sovvenzioni per la carta stampata potrebbero essere aumentate. «Ogni caffè viennese, ogni banchetto di salsicce in Austria paga più tasse di una multinazionale», sono due frasi riportate da quanto ha detto Kern in un’intervista al quotidiano “Der Standard”, evocando due importanti simboli della cultura alimentare della capitale austriaca. «Questo vale anche per Starbucks, Amazon e altre aziende», ha aggiunto, elogiando la decisione della Commissione Europea di questa settimana, che ha stabilito che Apple dovrebbe pagare all’Irlanda fino a 13 miliardi di euro (14,5 miliardi di dollari) intasse più gli interessi, perché le condizioni speciali per attirare profitti nel paese sono state dichiarate un aiuto di stato illegale.

Apple ha detto che impugnerà la decisione, che l’amministratore delegato Tim Cook ha definito «una completa schifezza politica». Google, Facebook e altre multinazionali dichiarano di adeguarsi completamente alla normativa fiscale. Kern ha anche criticato gli stati membri dell’Unione Europea con regimi fiscali agevolati che hanno attirato le multinazionali – e sono stati messi sotto esame da Bruxelles. «Quello che stanno facendo Irlanda, Paesi Bassi, Lussemburgo e Malta manca di solidarietà verso il resto dell’economia europea», ha detto. Si è astenuto dal chiedere che Facebook e Google pagassero più tasse, ma ha sottolineato le loro vendite significative in Austria, che ha stimato in oltre 100 milioni di euro ciascuno, e il loro numero di dipendenti relativamente piccolo – una «buona dozzina» per Google e «presumibilmente ancora meno» per Facebook. «Hanno massicciamente risucchiato il volume di pubblicità prodotta dall’economia, ma non pagano né l’imposta sulle società, né sulla pubblicità in Austria», ha detto Kern, che è diventato cancelliere nel mese di maggio.
«Mentre si evidenzia su cosa si è basato il tanto decantato boom irlandese, vengono al pettine i nodi legati ai mitizzati investimenti esteri». In questo quadro, sottolinea “Voci dall’Estero”, «caos e disgregazione sono in ulteriore aumento in Europa». Lo dimostra una volta di più anche questa sentenza che chiede alla Apple di versare all’Irlanda 13 miliardi di euro di tasse arretrate. «Mentre Dublino, un po’ paradossalmente, ha già presentato ricorso contro la decisione dell’Ue, in Austria il premier accusa le multinazionali di pagare tasse in misura irrisoria anche nel suo paese». “Voci dall’Estero” rileva quindi come notevole l’atteggiamento del premier austriaco, che «attacca anche i diversi stati membri che praticano politiche fiscali troppo generose per attirare le grandi aziende, accusandoli di mancare di solidarietà verso il resto dell’Eurozona».

LA PRIVACY.....Rifiuti...?

Rifiuti Tollo: ad Ecolan nuovo affidamento in house contestato

Il caso emerge dopo la denuncia di Fabrizio Di Stefano (Forza Italia)....LANCIANO. Nuove contestazioni su come Ecolan, società per il servizio di igiene urbana, interpreta la norma del cosiddetto affidamento in house. L'ultima chicca riguarda l'affidamento che ha preso, in house, dal Comune di Tollo.

La vicenda l’ha raccontata il deputato Fabrizio Di Stefano (Fi) nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta questa mattina a Lanciano.
Secondo Di Stefano il Comune di Tollo avrebbe scoperto una raffinatezza del sistema giuridico: «a scadenza di contratto con la Con.Sac Srl», ha spiegato il deputato, l’amministrazione comunale non ha bandito la gara ma «si è accorto che il contratto era scaduto ed è ricorso alla somma urgenza affidando provvisoriamente, termine che in Italia non è mai troppo restrittivo, il servizio in house providing a Ecolan.
Ecolan ha accettato il servizio in house providing. L'azione per somma urgenza, praticamente, è stata un via libera per affidare a chi si vuole qualsiasi contratto, in questo caso il contratto per la raccolta dei rifiuti».
Di Stefano chiede adesso ad Ecolan e al Comune di Tollo di spiegare cosa significhi house providing: «Lanciano, Ortona poggiavano questo affidamento sul fatto che almeno erano soci del consorzio Ecolan ma, addirittura, il Comune di Tollo non era nemmeno socio del consorzio. Mi risulta che questi dubbi abbiano colto anche la Con. Sac Srl, societa' che gestiva i rifiuti del Comune di Tollo, che infatti ha fatto ricorso al Tar».
Di Stefano ha annunciato che presenterà un esposto alla Corte dei Conti affinchè si valutino i danni di queste scelta.
«Resto stupito», ha detto ancora il deputato, «da come Ecolan abbia potuto accettare un affidamento in House, quando di House non c'è proprio nulla, e da come hanno pensato di interpretare la gestione in House di un Comune che non fa parte del loro consorzio. Tralasciando il fatto che sul sito del comune di Tollo non c'è traccia di queste delibere e ordinanze, pubblicate solo successivamente, mi viene un ulteriore dubbio; mi rimane semplice fare una sommatoria: ultimamente Ecolan ha preso in gestione Ortona, Tollo; entrambi comuni che vanno al voto in primavera. Non è che albeggia un altro concorso da 350-400 posti che inizierà tra poco, febbraio-marzo, e i cui risultati verranno resi noti dopo le elezioni? Non è che vengono affidati a Ecolan tutti i comuni che vanno a elezioni dopo 6 mesi, vedi Lanciano, con un concorso che parte prima delle elezioni e si chiude solo dopo?»

venerdì 18 marzo 2016

dell’IPUS di Chiasso...

Tre anni di corsi, una retta di quasi 10’000 Euro all’anno e un nobile fine: una laurea in fisioterapia valida in tutta Europa, Svizzera inclusa. E’ l'allettante promessa che ha convinto decine e decine di studenti ad iscriversi all’IPUS di Chiasso, l’Istituto privato universitario svizzero. Un'Università privata, o almeno per questo si è spacciato l’ente di formazione. Per alcuni studenti l’iscrizione si è trasformata in un costoso incubo e l’agognata laurea sembra quasi un miraggio: di fatto, i soldi fin qui sborsati per ora non danno loro il diritto a un titolo universitario riconosciuto, a meno di non andare a finire i corsi niente meno che… a Maribor, amena cittadina nella regione della Stiria, in Slovenia! Eh sì, perché l’IPUS aveva stretto un accordo con l’ateneo Alma Mater di Maribor, che aveva  anche rilasciato alcune lauree agli studenti “chiassesi”, ma da settembre l'Università slovena ha revocato ogni convenzione. Sotto accusa le pratiche leggere dell’istituto di Chiasso: esami senza controlli, professori non abilitati, abuso dei loghi della stessa Università slovena e persino una condanna per essersi fregiata – senza averne diritto – del termine “universitario”. Insomma: un pasticciaccio che avrebbe costretto l’ateneo sloveno a interrompere ogni collaborazione con la scuola chiassese.
L’IPUS  si difende, considerando illegittima la rescissione del contratto da parte dell’Università slovena ed informando che un  nuovo accordo, con un’altra università  riconosciuta a livello europeo, “pare ad oggi imminente”.
Intanto non pochi studenti si sono ritrovati a fare i conti con una situazione confusa: esami da rifare, altre tasse universitarie da pagare (dopo quelle già versate a Chiasso) e addirittura un trasferimento in Slovenia, per finire gli studi e svolgere il necessario tirocinio.
Una vicenda raccontata dai diretti protagonisti, e un’inchiesta che svela i retroscena degli “atenei” che con troppa facilità sorgono e prosperano in Ticino.

Ma per diversi studenti la realtà si è rivelata un’altra.....

domenica 24 gennaio 2016

«Così hanno spolpato la banca Tercas»: chiesto processo per Di Matteo, Nisi, Sarni, Di Stefano

TERAMO. Così sono bravi tutti a fare impresa: milioni di euro sottratti alla banca Tercas falsificando carte, celando fatti, forzando la mano sui requisiti per ricevere un prestito e tutto grazie al direttore amico e complice.
Un fiume di denaro che usciva dall’istituto teramano, ha ricostruito la Procura, per finire attraverso vorticosi passaggi di mano in società di amici e fondi in paradisi fiscali e più di una volta anche su conti bancari dello stesso ex direttore a Singapore o in un fondo misterioso in Lussemburgo.
Alchimie finanziarie che avrebbero permesso un arricchimento illecito ad un manipolo di persone che però non sono serviti a farli passare indenni dalla giustizia.
C’è questo e molto altro dietro la richiesta di processo avanzata ieri dalla Procura di Roma (competente per reati di elusione del controllo bancario) per Antonio Di Matteo e altri 15 persone. Si tratta dell’ex direttore della Tercas che ora dovrà rispondere di reati gravissimi e che di fatto avrebbe creato i presupposti per il dissesto dell’istituto di credito poi acquistato dalla Banca Popolare di Bari.

A processo l'11 febbraio 2015 finiranno dunque Antonio Di Matteo ex direttore, la compagna Cinzia Ciampani, gli imprenditori Raffaele Di Mario, Francescantonio Di Stefano (imprenditore televisivo di 7Gold) di Avezzano, Pancrazio Natali di Campli, l’imprenditore Antonio Sarni di Ascoli Satriano (Fg), Lino Nisii, presidente della Tercas, Pierino Isoldi, Gianpiero Samorì, Gilberto Sacrati, Cosimo De Rosa, Lucio Giulio Capasso di Terracina, Paola Ronzio, Saverio Signori, Vittorio Casale e la stessa Cassa di Risparmio della provincia di Teramo.
Persone offese nel processo sono state indicate la Banca d’Italia, la stessa Tercas ed i curatori fallimentari di Dimacostruzioni spa e Dimatour spa. 
Intanto anche l’Adusbef chiederà la costituzione di parte civile.
IL GRUPPO DI POTERE E IL POTERE ASSOLUTO
Il reato più grave contestato è quello di associazione a delinquere «con la finalità di essersi associati tra loro al fine di commettere delitti di ostacolo alla funzione di vigilanza, di appropriazione indebita, di bancarotta fraudolenta e di riciclaggio anche transnazionale». 
Il reato è contestato a Di Matteo, direttore da giugno 2005 al 30 settembre 2011, che avrebbe avuto una «gestione proprietaria della banca», cioè gestendo il patrimonio bancario come fosse cosa propria ed esercitando «un potere assoluto di decisioni delle pratiche di concessione di finanziamenti». Una montagna di soldi che poi finivano a vecchi amici di quest’ultimo, anche già clienti della Unipol, la banca dalla quale proveniva Di Matteo. 
Un legame non del tutto reciso se è vero che lo stesso Consorte, quando Di Matteo era già in Tercas, gli chiese un fido di 60milioni di euro per tentare la famosa scalata alla Unipol da consegnare al centrosinistra (famosa la frase di Fassino a Consorte: «abbiamo una banca»), una scalata che costò una condanna a 3 anni e 10 mesi a Consorte. 
Il problema è che molte somme ingenti uscivano dall’istituto bancario di Teramo in carenza di presupposti per concedere il fido «al di fuori dai protocolli di garanzia previsti a fronte della disponibilità ad effettuare operazioni di acquisto con patto di rivendita di azioni proprie di Banca Tercas per assicurare a Di Matteo il controllo assoluto della banca, dissimulando l’effettiva consistenza del patrimonio di vigilanza dell’istituto e inducendo così in errore la Banca d’Italia».
Fu grazie a questo errore e alla dissimulazione del reale stato di dissesto della Tercas che la Banca d’Italia poi autorizzò l’acquisto della Banca Caripe, ancor di più depauperando il proprio patrimonio.
La procura di Roma ha stimato in 220 milioni di euro il danno complessivo procurato alla cassa teramana tra la incredibile distrazione di tutti, mondo politico in primis.
Il tutto sarebbe avvenuto con una serie di atti che nel tempo hanno prodotto il supposto dissesto con operazioni finanziarie anche complesse che hanno creato o la bancarotta in talune società o lo spostamento di ingenti capitali in paradisi fiscali tra i quali il punto finale era San Marino.
Secondo la procura Di Matteo sarebbe stato l’ideatore della associazione a delinquere essendo socio occulto dell’imprenditore abruzzese televisivo Francescantonio Di Stefano e per questo avrebbe erogato fidi per milioni di euro. 
Con questi fidi erogati Di Matteo avrebbe poi lucrato, anche grazie a ditte schermo intestate alla convivente Cinzia Ciampani, con la società Immobiliare Tolstoj srl. Come dire che l’amicizia contava ma il tornaconto personale contava molto di più.
Dal canto suo la Ciampani, titolare anche della Nettuno Fiduciaria srl di Bologna e intestataria di conti correnti Tercas, risultava beneficiaria di bonifici di ritorno da molti soggetti finanziati da Di Matteo per poi acquisire quote pari al 22% della banca sanmarinese Smib, interamente acquistata da Raffaele Di Mario.
Attraverso questa banca venivano poi effettuate gran parte delle operazioni che servivano per far perdere le tracce dei soldi.
Nel frattempo Di Stefano che veniva copiosamente finanziato da Tercas attraverso la Fincentro Uno srl acquistava 2.250.000 azioni proprietarie della banca, una parte delle quali poi venivano cedute al fondo lussemburghese Cambria Investments. 
Secondo gli inquirenti, inoltre, Di Stefano avrebbe svolto il ruolo di mero esecutore delle direttive di Di Matteo in ordine alla gestione della decozione del gruppo “Di Stefano” e nel frattempo avrebbe continuato a ricevere fino a 49mln di euro di finanziamenti Tercas.
Figura di spicco della associazione a delinquere, secondo l’accusa, è anche l’imprenditore Raffaele Di Mario, dominus del gruppo Dimafin, anche lui attraverso la Immoservice srl, dopo aver ricevuto fidi bancari della Tercas con procedure d’urgenza, acquistò 2.250.000 azioni della Tercas girandone 500mila al solito fondo Cambria Investment in Lussemburgo mentre 1.150.000 vennero cedute alla Modena Capitale Banking Partecipation spa di Gianpiero Samorì e una parte finì anche a società del gruppo Sarni. 

SAMORI’
Stessa trafila per Samorì che acquista per il tramite delle sue società 2.400.000 azioni della Tercas anche lui abbondantemente finanziato dallo stesso istituto finanziario grazie all’intervento di Di Matteo che infatti lo propone quale cliente affidabile alla Banca popolare di Spoleto dopo la cessazione del rapporto con la banca Tercas.
Crediti oggi incagliati per un ammontare di 11.500.000 euro che difficilmente ritorneranno nelle casse della banca.
In totale del 2008 al 2010 Samorì avrebbe beneficiato di finanziamenti per poco più di 24 milioni di euro girati a favore della Gestione Grandi Hotels Central Park srl al fine di rilevare da Ripresa Srl un complesso immobiliare destinato attività commerciale di Bologna al prezzo di 19 milioni di euro.
Seguirono una serie di operazioni finanziarie anche in paradisi fiscali con base a San Marino che avevano come beneficiari delle società riconducibili alla compagna di Antonio di Matteo.
SARNI
Anche il signore della ristorazione, Antonio Sarni, imprenditore del più noto “gruppo Sarni” secondo la procura era partecipe attivo dell'associazione a delinquere contribuendo anche lui ad acquistare 500.000 azioni della Banca Tercas per il tramite delle società Finsud srl e Maglione srl dopo aver beneficiato di numerosi fidi che venivano concessi in carenza di presupposti.
Nel gruppo di potere poi spicca Gilberto Sacrati, imprenditore nel settore immobiliare, operante in stretto e costante collegamento con Di Matteo con il quale era legato da rapporti di affari e già cliente della Unipol Banca sotto la gestione dello stesso Di Matteo e da lui presentato alla Cassa di risparmio, avrebbe beneficiato indebitamente attraverso società a lui riconducibili di finanziamenti erogati oltre ad un mutuo ipotecario di 15.600.000 poi ridotto a 12 milioni. La trafila si ripete perché poi li flusso finanziario in uscita dalla Tercas finiva alle solite società degli altri indagati e a quelle riconducibili allo stesso Di Matteo.

Il meccanismo era consolidato e secondo la procura le operazioni avevano l’unico scopo di far perdere le tracce del denaro e per questo dovevano transitare su conti correnti di appoggio situati in Svizzera, Lussemburgo, Singapore, Gran Bretagna. A San Marino invece risiedevano i conti correnti finali destinatari delle somme «prove di appropriazione indebita di riciclaggio, di distrazione e bancarotta fraudolenta».

LINO NISI, IL PRESIDENTE
Tra gli indagati che dovranno rispondere del reato di ostacolo all'esercizio delle funzioni delle autorità di vigilanza c'è anche Lino Nisi il quale avrebbe materialmente realizzato una serie di artifici per aggirare tali controlli destinando gli imprenditori Di Stefano, Di Mario, Samorì, Natali, Isoldi, Sarni, acquirenti delle azioni proprie della banca, destinatari di ingenti finanziamenti erogati in carenza di presupposti, di affidabilità e ad oggi tutti debitori della banca. Nisi e gli altri avrebbe rappresentato fatti non rispondenti al vero sulla situazione economica patrimoniale e finanziaria della stessa banca e avrebbe occultato fatti che avrebbe dovuto comunicare invece alla Banca d'Italia.
Tra le mancate comunicazioni anche gli intrecci di interessi con la banca di San Marino Smib ed il relativo acquisto del capitale di quest'ultima, operazione rivolta ad evitare la liquidazione della banca di San Marino realizzato con la vendita di 7,5 milioni di euro delle azioni Tercas possedute da Di Stefano e con la concessione del finanziamento di 2,5 milioni di euro deliberato d'urgenza.
In particolare presidente e direttore si guardarono bene di informare la vigilanza del fatto che gestivano la banca di San Marino attraverso una persona di loro fiducia, Roberto Petropaoli, dipendente Tercas messo in aspettativa per ricoprire la carica di direttore generale della Smib, e Franco Iachini, presidente Smib.
GLI AFFIDAMENTI IMPROPRI
Per quanto riguarda l'appropriazione indebita la procura è riuscita a ricostruire tutti gli affidamenti impropri agli imprenditori amici che avrebbero causato lo stato di default della banca teramano e che risultano erogati fino al marzo del 2013.
Nello specifico al gruppo Di Mario sono andati 25,3 milioni di euro, al gruppo Di Stefano 49,3 milioni di euro, al gruppo Natali 25,4 milioni di euro, al gruppo Isoldi 28,2mln mentre a Samorì la banca ha concesso fidi e prestiti per 11,3 milioni di euro, al gruppo Casale quasi 40 milioni, al gruppo Sacrati quasi 21 milioni e al gruppo De Rosa 30 milioni di euro.
E la banca è pronta per essere svenduta.